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Il voto utile a Sinistra Critica
Postato il Thursday, 03 April @ 19:43:25 CEST di redazione

di Olmo Dalcò (olmodalco83@hotmail.com)

La pubblicazione del nuovo rapporto dell’Ocse sul costo del lavoro ha suscitato numerose polemiche tra i vari candidati premier alle prossime elezioni politiche, i quali si sono persino riscoperti come nuovi difensori del salario dei lavoratori. La verità, tuttavia, è che tutti i partiti, sino alla Sinistra Arcobaleno di Bertinotti, hanno votato nel corso degli ultimi anni provvedimenti fiscali finalizzati alla riduzione del salario netto e a vantaggio dei profitti.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, occorre sottolineare un errore del rapporto dell’Ocse, che si è rivelato come la migliore dimostrazione di quanto Sinistra Critica sostenne a proposito della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Chi ha buona memoria può ricordare come tale riduzione doveva essere di cinque punti del salario lordo, tre per le imprese e due per i lavoratori dipendenti. La riduzione per le imprese è avvenuta attraverso la deducibilità degli oneri sociali e di 5000 euro per ciascun lavoratore a tempo indeterminato dalla base imponibile Irap, mentre quella per i lavoratori avrebbe dovuto essere riscontrata in una diminuzione del carico Irpef. Nel computo dei tecnici di Parigi si tiene conto solo della imposizione totale sul reddito e dei contributi sociali, mentre, per errore, non viene considerata la quota Irap. Tuttavia, come ben noto, l’Irap colpisce non solo utili e interessi, ma anche il costo del lavoro. Il fatto che debba essere considerata nel cuneo fiscale lo dimostra il fatto che tale imposta rimpiazzò non solo la vecchia Ilor, ma anche, tra altro, i contributi sanitari regionali (circa il 9%). L’Ocse provvederà a correggere il calcolo dal prossimo rapporto. Dato tutto ciò, avremmo dovuto attenderci nel calcolo dell’Ocse solo la presunta riduzione del cuneo fiscale a vantaggio dei lavoratori: invece, non solo non v’è traccia alcuna, ma vi risulta persino un incremento di 0.3 punti percentuali del cuneo fiscale. Un errore fatale per dimostrare quanto la ripartizione del cuneo fiscale si sia rivelata come un esclusivo regalo per le imprese, e persino in un leggero aggravio di tasse per i lavoratori. Tale incremento contiene, infatti, l’aumento dal 9.19% al 9.49% dei contributi previdenziali a carico dei lavoratori e, persino, quello di circa 200 euro annuali in più, in assoluto, di imposizione Irpef sul lavoratore dipendente medio. Le addizionali locali, il fiscal drag e i maggiori contributi hanno, infatti, completamente rimosso gli sgravi della riforma Irpef, che erano tesi a ripristinare la progressività dopo gli scalini effettivi introdotti con il meccanismo delle deduzioni della prima riforma Tremonti. In verità, si sarebbero avuti i due punti di guadagno sul salario lordo solo considerando una famiglia di un lavoratore dipendente con moglie e due figli minori di tre anni a carico; ma anche in tale caso v’è stata la beffa dovuta al meccanismo delle detrazioni che ha contribuito ad innalzare la base imponibile per l’addizionale Irpef delle famiglie (oltre che sul valore della prima casa ai fini Irpef, che tuttavia non risulta nel cuneo fiscale). Si è riprodotto, infine, il calcolo del cuneo fiscale, inserendo la quota relativa all’Irap, per tener conto dei regali ai padroni. Ne è risultata una diminuzione di 0.5 punti percentuali del cuneo fiscale (dal 48% al 47.5%, contro il 45.9% calcolato dall’Ocse) in termini di costo del lavoro, e di circa tre punti in termini del salario lordo, come promesso, e corrispondente a circa 14 mld nel giro di tre anni. Eppure le imprese non avevano gran che da piangere: se è vero che l’Italia risulta sesta nella classifica per cuneo fiscale, dietro, tuttavia, sia la Francia (49.2) che la Germania (52.2) (il posto in classifica rimane lo stesso anche dopo la correzione), è altresì vero che l’Italia con una media di 36692 euro annuali di costo del lavoro è 20esima in classifica, con la Germania prima con 59526 euro, il Regno Unito a 56612, la Francia 50260. Questo perchè il salario lordo medio di un lavoratore dipendente italiano è pari a 23990 euro contro i 32243 euro della Francia, i 33165 del Regno Unito, i 42949 della Germania e corrispondente a 17152 euro netti annuali, più o meno 1300 euro al mese.
Nella stessa settimana, sempre a Parigi, l’Ocse presentava alle varie delegazioni un rapporto contenente stime sull’impatto delle differenti tassazioni sulla crescita della produttività e le implicazioni politiche. Sebbene il rapporto sia intriso di ideologia borghese, a cominciare dal concetto mistico di produttività totale dei fattori, l’indirizzo politico che se ne trae è quello di sostituire gradualmente l’imposizione sulle imprese, estremamente distorsive, con imposte indirette sul consumo e di abbassare notevolmente l’aliquota marginale massima dell’imposta sui redditi. In secondo luogo, di fronte all’eventuale problema di equità viene incoraggiato l’utilizzo delle imposte patrimoniali, risultate meno distorsive nelle evidenze empiriche. Nei programmi di tutti i partiti politici, sino a Bertinotti, c’è una totale contrarietà nei confronti dell’imposta patrimoniale, mentre gli altri suggerimenti dell’Ocse sono perseguiti senza indugi o grandi tentennamenti.
Eppure, nel corso dell’ultimo decennio, lo spostamento dalle imposte dirette alle imposte indirette, all’interno delle imposte dirette dai redditi da capitale ai redditi da lavoro, e all’interno dell’imposta sui redditi dai più ricchi ai più poveri, è stato il leit motiv bipartisan delle controriforme fiscali, tanto che la stessa visione del ministro Visco, come il Dracula delle imprese, funziona solo se ci si limita alla lotta all’evasione, altrimenti sarebbe più opportuno parlare di un autentico “sceriffo di Nottingham” della borghesia.
La storia dei regali fiscali ai ricchi contribuenti comincia con la riforma Irpef del ministro Visco del 1996 che riduce da 7 a 5 il numero delle aliquote e di ben 6 punti percentuali, dal 51% al 45%, l’aliquota marginale massima sui redditi oltre 135 milioni delle vecchie lire. Successivamente, nel 1997, entra in vigore la riforma dell’Irpeg, basata sul sistema a doppia aliquota (Dit, dual income tax). Una parte del rendimento del capitale, definita come ordinaria, viene sottratta alla aliquota ordinaria del 37% per essere soggetta a quella ridotta del 19%, che diverrebbe del 7% per i primi tre anni in cui le imprese si sarebbero quotate in borsa. In poche parole, circa il 6-7% dei rendimenti di capitale cominciò a godere di una agevolazione, con il fine di ridurre lo svantaggio del finanziamento interno con capitale proprio rispetto a quello esterno del debito. Come se non bastasse nel 2000 venne prevista la riduzione al 36% della vecchia aliquota del 37%. Nel frattempo un nuovo regime veniva stabilito per la tassazione delle plusvalenze realizzate da persone fisiche. Alla opzione della dichiarazione si aggiungeva la possibilità dell’imposta sostitutiva del 27%, ridotta al 12.5% per la cessione di partecipazioni non qualificate.
L’esperienza del ministro Tremonti, per quanto caratterizzata da un processo di riforma alquanto scriteriato persino nella prospettiva dell’economia borghese, si è allineata alla volontà di ridurre il carico fiscale per il padronato e i profitti. La Tremonti-bis ripristinò la detassazione della parte degli utili destinata ad incrementi marginali degli investimenti in azienda, cosicché molte imprenditori cominciarono a dedurre il consumo di beni durevoli, anche di lusso, dalla base imponibile. L’impostazione di Tremonti era, infatti, quella della diminuzione dell’imposizione per le società in modo indifferenziato senza guardare all’obiettivo della neutralità fiscale tra gli interessi del debito e il rendimento ordinario del capitale proprio, come invece prescritto nei testi dell’economia borghese e perseguito dal suo predecessore (la stessa thin capitalization rispose più a questioni vagamente antielusive piuttosto che ad obiettivi di non distorsione). La Dit venne, conseguentemente, abolita, ma l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società scese rapidamente al 34% nel 2003 e al 33% nel 2004. Nella riforma del 2004 il sistema di piena imputazione, attraverso il meccanismo del credito d’imposta, fu sostituito dal sistema a parziale inclusione. I dividendi, così, entrarono nella misura esigua del 5% a far parte della base imponibile dell’Ires. Per i dividendi percepiti da persone fisiche, invece, solo il 40% venne a costituire base imponibile Irpef. Ma il vero regalo della riforma di Tremonti fu quello della nuova tassazione delle plusvalenze. Attraverso la formula della Pex (Participation exemption), sotto determinate condizioni, le plusvalenze realizzate da società di capitali non concorrevano più alla formazione della base imponibile e divenivano perciò completamente esenti. Inoltre, le plusvalenze realizzate da persone fisiche su cessione di partecipazioni qualificate passavano dall’imposta sostitutiva del 27% a quella in dichiarazione nella misura del 40%. Per rendere l’idea, su una plusvalenza di 100 mila euro il 27% equivale a 27 mila euro, mentre l’aliquota marginale del 45% sul 40% della plusvalenza equivale a 18 mila euro: un ennesimo sgravio di nove punti di aliquota. Tuttavia, il ministro Tremonti non può non essere ricordato per il suo enorme regalo che confezionò nella seconda tranche della riforma dell’Irpef. Per i redditi compresi tra 70 mila e 100 mila euro vi fu la gigantesca riduzione d’aliquota dal 45% al 39%; per i redditi oltre 100 mila euro dal 45% al 43%; per pura grazia, la legge delega non venne portata a termine, altrimenti entrambe le aliquote sarebbero ulteriormente scese al 33%. Non c’è gran che da stupirsi se in seguito all’introduzione di tali riforme, unite alla politica dei condoni tombali, dello scudo fiscale dietro versamento del 2.5% sui capitali illecitamente esportati, della mancata revisione dei parametri degli studi di settore si sia assistito ad un enorme balzo in avanti dell’indice di disuguaglianza del reddito durante gli anni del governo Berlusconi-Tremonti, passato dal 29% del 2001 al 33% del 2005 (indice di Gini, dati Eurostat).
Come ben sappiamo il ritorno di Visco è coinciso con la riduzione di tre punti sul costo del lavoro dell’Irap. I regali del nuovo ministro non si sono certamente fermati qui. La nuova riforma della tassazione delle società, della scorsa legge finanziaria, ha previsto la riduzione dell’Ires dal 33% al 27.5% e dell’Irap dal 4.25% al 3.9%, quasi 6 punti percentuali in meno di aliquota sugli utili d’impresa. In linea con la filosofia del ministro Visco, improntata alla neutralità del fisco sulle fonti di finanziamento, tale riduzione è stata accompagnata da un incremento della base imponibile, soprattutto attraverso la parziale indeducibilità degli interessi sul debito, che a sua volta pone fine alla thin capitalization. Nel 2008 tale riforma non comporterà variazioni di gettito. Tuttavia, a partire dal prossimo anno, le imprese che sostituiranno debito con capitale proprio godranno di notevoli benefici fiscali, di più di quanto già ottenuto nel corso degli ultimi anni, con conseguente crollo delle entrate fiscali in rapporto al Pil. Ma la nuova ciliegina sulla torta doveva venire ancora una volta dal regime di tassazione delle plusvalenze. Di fronte alla riduzione consistente di gettito, il ministro Siniscalco dovette correggere la Pex di Tremonti e rilassare l’esenzione totale ad una parziale dell’84%. La nuova riforma Visco prevede l’esenzione delle plusvalenze al 95% con la piena equiparazione dei capital gains ai dividendi. In questo modo la tassa sulle plusvalenze delle società è scivolata dal 33% sul 16% (5.28%) al 27.5% sul 5% (1.375%): sì, purtroppo avete capito bene, con la sinistra al governo i guadagni di capitale sono stati ridotti alla ridicola aliquota dell’1.375%, alla faccia della tanto decantata tassazione dei profitti e delle rendite. Forse i deputati della Sinistra Arcobaleno erano distratti mentre votavano, oppure forse erano talmente presi dall’idea della riduzione del danno che sono giunti al punto di aggravarlo. Per la verità è quasi una fortuna che l’equiparazione della tassazione degli interessi su titoli e conti correnti al 20% non sia stata approvata nella maniera in cui si stava presentando. Pochi si erano accorti, persino all’interno della Sinistra Arcobaleno, complice di tutte le politiche del ministro Visco sopra descritte (tranne, in parte, quelle sicuramente positive sugli studi di settore, dove talvolta si è invitato, in sede di commissione parlamentare, ad una maggiore prudenza con il pretesto assurdo di non pesare troppo sul lavoro autonomo) che tale armonizzazione avrebbe comportato anche l’uniformità della tassazione sul realizzo, piuttosto che sul maturato: il paradosso è che per molti investimenti finanziari, specie quelli a lungo termine, una tassa al 12.5% sul maturato è superiore a quella del 20% sul realizzato. Insomma, l’impiccio era già dietro l’angolo.
Il risultato di tutte queste controriforme è stato, come detto, un enorme incremento della disuguaglianza dei redditi: ormai l’Italia è sesta in questa triste classifica, tra i paesi Ocse, di poco meglio degli Stati Uniti. L’Italia è, infatti, uno dei pochi paesi che hanno visto ridursi congiuntamente le aliquote marginali massime sul reddito, le aliquote dell’imposta sulle società, sui capital gains, sui trasferimenti di proprietà e sulla proprietà immobiliare, essendo totalmente assenti altre forme di imposte patrimoniali. Nella parte della tassazione delle società la parte del leone l’ha fatta il ministro Visco, con una riduzione della quota di tale imposta dall’8.7% sul totale del gettito fiscale del 1996 al 6.9% del 2000, dal 3.5% al 2.9% del Pil: nel 1994 l’Italia aveva una quota di tassazione sulle società superiore alla media Ocse di 2 punti, mentre nel 2004, in controtendenza, l’Italia si posizionava al di sotto di tale media. Anche la quota delle imposte dirette è inferiore alla media Ocse e l’Italia risulta 15esima in termini di progressività delle aliquote dell’imposta sui redditi, ovviamente al di sotto della media Ocse.
Ritengo che una vera e propria rivoluzione del regime fiscale sia necessaria in Italia, cancellando definitivamente questo decennio di controriforme gradite solo alla borghesia. Sarebbe, pertanto, doveroso tornare all’aliquota marginale massima del 51%, precedente non solo al vergognoso regalo del ministro Tremonti, ma anche a quello antecedente del ministro Visco. Occorre introdurre la doppia tassazione dei dividendi, attraverso l’introduzione del sistema classico di tassazione, così come vigente in Austria, Belgio, Irlanda, Olanda, Svezia e in larga misura in Danimarca, Giappone e Stati Uniti. La doppia tassazione risponde ad un principio irrinunciabile per la sinistra: i dividendi non rappresentano solo, in quanto denaro-reddito, base imponibile al pari degli altri redditi da lavoro, ma anche in quanto profitti, denaro-capitale che si appropria di una consistente quota del valore prodotto dal lavoro salariato nella forma del plusvalore. A tal proposito sarebbe opportuna una nuova Dit che non discrimini tra rendimenti ordinari e straordinari sul capitale, bensì tra entità differenti di accumulazione di capitale. Per esempio, negli Stati Uniti vi sono due aliquote: una pari al 20.23% per i profitti sino a 50 mila dollari e una pari al 39.3% per i redditi superiori. Due aliquote consentirebbero una progressività sull’entità del capitale, mentre per i profitti dei grandi mezzi di produzione dovrebbe scattare un’aliquota straordinaria superiore al 50% (in Danimarca si arriva al 58.96%), che equivarrebbe ad una forma embrionale di collettivizzazione. Inoltre, avendo i capital gains le stesse caratteristiche dei dividendi, anche la doppia tassazione delle plusvalenze andrebbe ripristinata, attraverso l’eliminazione della Pex. La cessione di partecipazioni andrebbe dunque tassata in dichiarazione con l’imposta personale sui redditi, come avviene in Norvegia. Al fine di equiparare pienamente gli interessi ai dividendi e ai guadagni di capitale occorrerebbe rendere obbligatoria la tassazione ordinaria in dichiarazione degli interessi su titoli, come avviene in Australia, Canada, Germania, Irlanda, Stati Uniti e come suggerito persino da un economista borghese come Giavazzi, proprio nel momento in cui la Sinistra Arcobaleno si batteva per l’aliquota ridotta del 20%, inferiore di oltre dieci punti all’aliquota marginale effettiva più bassa (se si tiene conto della progressività della no tax, l’aliquota marginale non è del 23%, ma del 30.1% circa). La nominatività dei titoli sembra, da qualche anno, un tabù per la sinistra, proprio mentre rappresenta la norma nei templi del capitalismo, Stati Uniti e Regno Unito. Inoltre, sarebbe doveroso introdurre la piena indeducibilità degli interessi dalla base imponibile Ires, così come previsto nel meccanismo del Cbit (Comprehensive business income tax), ideato dal Tesoro Usa nel 1992 e che farebbe felice pure il ministro Visco, consentendo la piena neutralità fiscale sulle fonti di finanziamento. L’irrobustimento dei parametri degli studi di settore andrebbe accompagnato, per un maggior recupero dell’evasione fiscale, all’introduzione di una imposta sul patrimonio sul modello di quanto avviene, per esempio, in Francia (dove, seppure v’è una soglia alta di 720 mila euro e un’aliquota marginale bassa dello 0.3%, è possibile rintracciare facilmente differenti cespiti che consentono, pertanto, una migliore affidabilità della dichiarazione dei redditi). Altro importante risultato potrebbe essere ottenuto con l’introduzione di una imposta sul trasferimento di capitale, come potrebbe avvenire attraverso il riconoscimento della Tobin tax almeno a livello di Unione Europea.
Per dire davvero basta con i regali fiscali ai padroni occorre bocciare le politiche di requisizione dei salari e del potere d’acquisto perpetrate da tutti i partiti, compresa, purtroppo, la Sinistra Arcobaleno. Per voltare davvero pagina occorre, invece, una grande alternativa; occorre davvero tassare i profitti e detassare i salari; occorre una reale svolta a sinistra; occorre un voto davvero utile; occorre votare Sinistra Critica.

 
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